Lettera aperta a Padre Roberto Nesta

Aggiornato il: 4 lug 2018

Reverendo Padre Roberto,


apprendo, con più mestizia che stupore, i termini che, in data odierna, ha utilizzato per raccontare ai microfoni di Foggia Today dell'ondata di malumore e sgomento che ha investito la Sua comunità, all'indomani della Sua iniziativa di rimuovere il grande Crocifisso bronzeo del presbiterio della Chiesa di Sant'Antonio da Padova, di cui è Parroco, per sostituirlo con un'elefantiaca opera d'afflato neocatecumenale.


Mi interesso della vicenda già da diverse settimane, essendo Architetto e, prima ancora, Cattolico legato strettamente, negli anni passati, a quei luoghi e quella comunità. Le parlo quindi, nel rispetto dell'Abito che indossa, nella doppia veste di tecnico e di fedele. Mi scuserà se, d'ora in avanti, per parlare della Sua comunità, userò il pronome "noi": ho abbracciato questa causa, pur non condividendo e dissociandomi dai toni più barricaderi. D'altro canto non so chi, tra il tecnico e il fedele, sia più ferito ed offeso da questa vicenda.


Non so bene di chi parli, quando afferma che quello della corona misterica sia un "nostro desiderio". Se non ha un debole per il pluralis maiestatis, allora deve di certo riferirsi ad un gruppo di persone piuttosto ristretto, dato che il malcontento è stato tanto forte da assurgere agli onori della cronaca, prima che a quello degli altari. D'altro canto, è piuttosto indigesto che Lei tratti i fedeli con il paternalismo di chi invita un bambino capriccioso ad assaggiare la cicoria, prima di dire che non gli piaccia.


Ci spieghi, allora: la fantomatica corona misterica che stravolgerà il mirabile equilibrio formale e compositivo della chiesa, è quella che ci ha mostrato nel fotoinserimento affisso ad una parete del tempio fino a qualche giorno fa? Perché, in quel caso, il nostro non è un "pre-giudizio", ma una valutazione. In caso contrario, prima di precipitare una parrocchia intera in questo clima, sarebbe stato opportuno mostrarcela per quel che è. Quando, esattamente, dovremmo esprimere il nostro pensiero? Forse quando tutto ciò che potremmo dire sarà "Però la preferivo com'era prima". Lei quest'opera mirabile deve averla vista, se la giudica addirittura "bellissima". Ci inebri, allora, di cotanta "bellezza".



Ma in fondo, Padre Roberto, non è poi così importante. Conosciamo bene l'iconografia neocatecumenale, che già deturpa il fonte battesimale e nasconde ignominiosamente il Tabernacolo. L'ordine in cui le figure verranno posizionate nella composizione ha ben poco peso, dal mio punto di vista. Né lasciano spazio a dubbi le rappresentazioni rese pubbliche, così come gli inviti, di littoria memoria, alla consegna dell'oro. La tipologia, le caratteristiche formali dell'opera ci sono ben chiare, anche se le sue dimensioni cambiano drammaticamente ad ogni fotoinserimento che vedo. Quindi il nostro sdegno ha ragioni fondate e motivate, e che nulla hanno a che fare con le presunte qualità estetiche di questa rappresentazione.




Vede, fin da quando ero all'università, mi è stato insegnato ad evitare i meri giudizi di ordine estetico. Un'opera, ed un'architettura in particolare (e viste le dimensioni della corona misterica, qui è tutto l'equilibrio compositivo della chiesa ad essere in discussione), va giudicata per la sua intrinseca coerenza, per la sua capacità di esplicitare nel gesto formale il senso profondo che ne giustifica l'esistenza. La chiesa di Sant'Antonio, come ho avuto modo di spiegare in un mio precedente scritto, rappresenta, da questo punto di vista, un esempio mirabile di unità artistica, simbolica, rappresentativa, compositiva e - azzarderei - spirituale. Mi fa quindi un po' sorridere la Sua obiezione riguardo all'inconsistenza di questa argomentazione, dato che, a suo dire, lo stesso Crocifisso sarebbe un elemento aggiunto a posteriori, in luogo di una "piccola croce stilizzata, tuttora presente".


Tanto per essere chiari, tale affermazione mi risulta essere in buona sostanza falsa. La "piccola croce stilizzata" è in realtà la medesima Croce presente tuttora sul presbiterio, a cui, nella Pasqua dell'anno 1986, prolungate di pochi centimetri le estremità per adeguarsi alle dimensioni della statua, la devozione della Sua comunità volle aggiungere il Cristo del francescano Fra Guglielmo Schiavina, opera che gli stessi parrocchiani si premurarono prima di visionare in fonderia e poi di ritirare a Milano. Sono piuttosto sicuro delle mie fonti, avendo avuto modo di parlare con i diretti interessati; tuttavia, se Lei ritiene di possederne di più attendibili, sarò ben felice di ampliare la già vasta documentazione da me raccolta in merito, e che spero confluirà presto nella stesura di una monografia. Ma che la croce sia la stessa, o un'altra di analoghe caratteristiche e dimensioni, in fondo è secondario.



Il problema è, Padre Roberto, che in quell'affermazione ha purtroppo esibito un'idea piuttosto superficiale di coerenza compositiva, che poco si attaglia all'Arte, all'Architettura e alla loro Storia, temi che forse dovrebbe lasciare a chi ne ha più cognizione di Lei. Il Cristo di Fra Guglielmo Schiavina si è adagiato sulla croce dell'arch. Pacanowski con la naturalezza di un'opera sì nuova, sbalorditiva (e certo, per alcuni versi discutibile), eppure perfettamente intonata, formalmente, matericamente, espressivamente al suo contesto e, dunque, coerente. Nelle maglie di questa intrinseca coerenza si legge l'opera di un Artista - che forse varrebbe la pena di approfondire e studiare nel dettaglio del suo gesto, dei suoi riferimenti, delle sue citazioni.


Bartolomé Esteban Murillo, San Francesco abbraccia Cristo crocifisso, 1668-9, olio su tela

L'immagine del Cristo con un braccio schiodato dalla croce, peraltro, è profondamente radicata nell'iconografia di ispira